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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

La Corte d'Appello di Venezia

- Sezione Lavoro -

in persona di

Dr. Roberto Santoro Presidente

Dr. Gaetano Campo Consigliere

Dr. Ssa Clotilde Parise Consigliere rel.

Ha pronunziato la seguente

 

SENTENZA NON DEFINITIVA

 

Nella causa n. 428/08 RG, promossa da Inps e SCCI s.p.a. Rappresentato e difeso dall'Avv. Aldo Tagliente, giusta procura notarile alle liti in atti , con domicilio eletto presso l'Avvocatura Inps di Venezia

Appellante

 

Contro

 

B.G. Rappresentata e difesa dall'Avv. Michele Giacomelli e dall'Avv. Andrea Bortoluzzi, giusta mandato a margine della comparsa di costituzione d'appello, domiciliata presso lo studio del secondo in Mestre (VE)

Appellata

 

Oggetto: Appello avverso la sentenza n. 133/2008 del Tribunale di

 

Verona - Giudice del Lavoro - pronunciata il 29.2.2008 e notificata il 13.5.2008.

 

Conclusioni dell'appellante

In totale riforma della sentenza impugnata:

Rigettarsi l'opposizione, condannando in ogni caso l'appellata al pagamento delle somme dovute a titolo di contributi indicate nella cartella o quelli accertati come dovuti in corso di causa, oltre somme aggiuntive di legge sino al saldo;

Vittoria di spese e competenze di lite di entrambi i gradi.

 

Conclusione dell'appellata:

 

FATTO

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso d'appello depositato il 6.6.2008 l'Inps, in persona del Presidente pro tempore, in proprio e quale mandatario della SCCI s.p.a., proponeva impugnazione avverso la sentenza del Giudice del lavoro del Tribunale di Verona n. 133/2008, pronunciata in data 29.2.2008 e notificata il 13.5.2008, censurandola in base ai motivi di seguito illustrati.

Si costituiva l'appellata chiedendo il rigetto del gravame e formulando le conclusioni di cui in epigrafe.

All'udienza di discussione del 15.11.2011 la causa, all'esito della discussione orale, è stata discussa e decisa in modo parziale e non definitivo come da dispositivo letto in udienza ed allegato, nonché rimessa in ruolo per l'ulteriore corso istruttorio con separata ordinanza.

 

DIRITTO

MOTIVI DELLA DECISIONE

Lamenta l'Inps, con il primo articolato motivo, errata statuizione da parte del primo Giudice sull'eccezione di decadenza. Sotto un primo profilo deduce che il verbale di accertamento Inps è di data 7.9.2004, ma l'iscrizione d'ufficio alla Gestione Commercianti della B.G. era avvenuta solo con delibera del 15.1.2005, i modelli di pagamento erano stati inviati con scadenza 16.5.2005 e l'iscrizione a ruolo era avvenuta in data 28.9.2006. L'Istituto appellante sostiene che il termine di decadenza non decorre, nella fattispecie, dal verbale di accertamento, che non produce immediata insorgenza dell'obbligo contributivo. Quest'ultimo, secondo la prospettazione dell'Inps, sorge solo dopo l'iscrizione d'ufficio.

Ritiene il Collegio che detta prospettazione non possa essere condivisa.

Come correttamente posto in evidenza dal primo Giudice, l'ipotesi della lett. b) dell'art. 25 riguarda i contributi dovuti in forza degli accertamenti ispettivi ed il termine di decorrenza espressamente è quello della data di notifica del provvedimento. Peraltro nel caso in esame nel verbale di accertamento sono stati quantificati i contributi dovuti, salvo ulteriore determinazione sulla base del reddito eccedente il minimale. Non può sostenersi, dunque, che il termine decorra da data successiva perché era necessaria l'iscrizione d'ufficio e perchè è stato successivamente assegnato dall'Inps un termine di pagamento. Difatti il tenore letterale dell'art. 25 lett. b) è inequivocabile e comprende tutte le ipotesi di contributi accertati con verbale di accertamento.

Diversamente opinando si consentirebbe all'Inps di procrastinare la decorrenza del termine di decadenza, ritardando l'iscrizione d'ufficio o concedendo altri termini di pagamento, con elusione del chiaro disposto della norma sopra citata.

Inoltre, come correttamente rilevato dal primo Giudice, la cartella esattoriale riguarda i contributi per il periodo 2003 - 2004, ossia anche quelli antecedenti l'iscrizione d'ufficio. Ciò si pone inevitabilmente in contraddizione con l'assunto dell'Inps secondo cui l'obbligo contributivo è sorto per effetto del provvedimento d'iscrizione d'ufficio, deliberato il 15.1.2004.

In conclusione sul punto, ritiene questa Corte che trovi applicazione nella fattispecie l'art. 25 lett. b) e che il credito sia stato iscritto a ruolo oltre il termine di decadenza prescritto dalla norma (entro il 31 dicembre dell'anno successivo alla data di notifica del verbale di accertamento). Infatti l'iscrizione a ruolo è avvenuta il 28.9.2006 e il verbale di accertamento è stato notificato l'11.9.2004.

Contrariamente a quanto dedotto dall'Inps nelle note autorizzate depositate il 14.10.2011, deve altresì escludersi l'applicazione dello jus superveniens rappresentato dall'art. 38 comma 12 del D.L. 31.5.2010 n. 78 (convertito con modificazioni nella L. 30.7.2010 n. 122), a norma del quale "le disposizioni contenute nell'articolo 25 del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46, non si applicano, limitatamente al periodo compreso tra l'1 gennaio 2010 e il 31 dicembre 2012, ai contributi non versati e agli accertamenti notificati successivamente alla data del 1° gennaio 2004, dall'Ente creditore".

In primo luogo si deve dubitare già dell'applicabilità della norma de qua in tutti i casi in cui la fattispecie estintiva, secondo la legge previgente, sia già maturata.

Secondariamente, sembra senz'altro da escludersi, in assenza di una specifica disciplina transitoria in tal senso, la riferibilità della nuova disciplina ai giudizi in corso (e nei quali il fatto estintivo sia stato eccepito o rilevato). Diversamente opinando, dovrebbe porsi questione della stessa legittimità costituzionale della disposizione, per contrasto con l'art. 6, comma 1 della Convenzione europea per la protezione dei diritti dell'uomo (CEDU), sottoscritta dall'Italia il 4 novembre 1950 e resa esecutiva con L. 4 agosto 1955, n. 848, che vieta agli Stati membri di "esercitare un'ingerenza normativa finalizzata ad ottenere una determinata soluzione delle controversie in corso", salvo che "l'intervento retroattivo sia giustificato da motivi imperiosi di carattere generale" (Cass. civ. Sez. lavoro, Ord., 04-09-2008, n. 22260), la norma internazionale pattizia operando, come è noto, quale parametro interposto di costituzionalità ex art. 117 Cost.

Tanto premesso, deve essere ora esaminato l'altro profilo di doglianza espresso dall'Inps in ordine alla decadenza. In particolare l'appellante lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 24 e 25 d.lgs. n. 46/1999, rilevando che la decadenza, anche ove effettivamente intervenuta, non è di natura sostanziale, ossia non preclude l'esame del merito della pretesa azionata, alla luce delle conclusioni assunte dall'Istituto previdenziale. Sottolinea l'Istituto di non essersi limitato a chiedere il rigetto dell'opposizione all'iscrizione a ruolo, se del caso illegittima, ma anche la condanna al pagamento dei contributi, ossia l'accertamento della fondatezza nel merito del diritto di credito azionato.

Il suddetto profilo di doglianza è fondato, a parere del Collegio.

In primo luogo deve darsi atto che l'I.N.P.S., anche quale mandatario di S.C.C.I. s.p.a., nel costituirsi in giudizio, ha proposto espressa domanda volta alla condanna al pagamento dei contributi di cui alla cartella o di quelli accertati come dovuti in corso di causa.

La controversia introdotta dall'opposizione a ruolo per crediti previdenziali non si risolve, infatti, nella mera verifica circa la regolarità formale del titolo esecutivo, ma comporta, inerendo all'an della relativa pretesa, alla stregua di un ordinario giudizio di cognizione, l'accertamento in ordine alla sussistenza dei presupposti costitutivi del credito fatto valere dall'Ente impositore, anche qualora esso sia fatto valere dall'Istituto preposto nei confronti del datore di lavoro cui sia imputato l'obbligo contributivo controverso. L'art. 24 del D.Lgs. n. 46/1999, del resto, qualifica espressamente come opposizione all'esecuzione per motivi di merito quella con cui si contesti il diritto a procedere in executivis in forza del titolo esecutivo rappresentato dal ruolo attraverso la negazione della sussistenza, sul piano sostanziale, dei fatti costitutivi del credito.

La Corte di Cassazione ha più volte affermato che, senza che occorra a tal fine l'espressa proposizione di specifica domanda riconvenzionale da parte dell'Istituto, in ipotesi di accertamento del credito in misura inferiore a quella portata dal titolo esecutivo, con la sentenza che definisce il giudizio il Giudice è tenuto a dichiarare l'obbligo di pagamento corrispondente ed a pronunciare la relativa condanna nei confronti del debitore (cfr. Cass. n. 1504/2007 e Cass. n. 13982/2007).

Ritiene il Collegio che - qualora vengano dedotti (anche) motivi inerenti, per l'appunto al merito della pretesa creditoria - tale principio valga anche nell'ipotesi in cui il ruolo (e, conseguentemente, la cartella esattoriale che lo contiene per estratto) venga dichiarato illegittimo per meri vizi formali della cartella, ovvero per mancato rispetto del termine decadenziale previsto ex lege ai fini dell'iscrizione a ruolo, che è lo strumento attraverso il quale viene attuata, per l'appunto, la riscossione coattiva dei crediti previdenziali (ex art. 17 del D.Lgs. n. 46/1999).

È noto che, a seguito della riforma introdotta dal precitato D.Lgs. n. 46/1999, la riscossione a mezzo ruolo dei crediti previdenziali ed assicurativi è divenuta lo strumento, privilegiato e specifico, di recupero coattivo degli stessi crediti, in quanto idonea, per l'appunto, alla costituzione di un titolo esecutivo stragiudiziale destinato alla loro realizzazione forzosa da parte dell'Istituto preposto.

Ciò non esclude, tuttavia, che quest'ultimo possa fare alternativamente ricorso ai mezzi ordinari riconosciuti dall'ordinamento, in conformità al principio di tutela giurisdizionale dei diritti (art. 24 Cost.) e, quindi, anche attraverso la proposizione della relativa azione giudiziale - se del caso in via subordinata rispetto a quella diretta semplicemente al rigetto dell'opposizione ed alla conferma del ruolo esattoriale - volta a conseguire un accertamento sul punto e la conseguente condanna del debitore al pagamento. È, del resto, consolidato nella giurisprudenza della Cassazione il principio secondo cui deve considerarsi ammissibile il ricorso all'esecuzione ordinaria, in alternativa a quella a mezzo ruolo, a condizione che risultino rispettati il contraddittorio processuale ed il diritto di difesa del debitore (cfr. Cass. n. 5540/2001, Id. n. 659/1999). Tali presupposti appaiono invero integrati nel caso in questione, essendo incontroverso che l'opponente abbia avuto tempestiva e completa comunicazione dell' atto di accertamento rappresentato dal verbale ispettivo del 7.9.2004, avendo avuto modo di argomentate compiutamente e diffusamente in giudizio le proprie ragioni, anche in punto di merito.

L'iscrizione del credito a ruolo assume una duplice e concorrente natura giuridica, in chiave funzionale, costituendo, al contempo, atto conclusivo del procedimento di accertamento del credito da parte dell'Ente preposto e titolo esecutivo attraverso il quale esso può realizzare coattivamente la propria pretesa creditoria.

La decadenza prevista dall'art. 25 del D.Lgs. n. 46/1999 preclude l'attitudine del ruolo (di cui la cartella esattoriale costituisce estratto, in funzione conoscitiva per il presunto contravventore, analogamente all'atto di precetto) ad essere portato in esecuzione, per effetto della pronuncia che accerti l'illegittimità della stessa iscrizione a ruolo, in dipendenza dell'accoglimento dell'opposizione fondata sull'eccepita decadenza procedimentale.

Detta decadenza attiene alla non tempestiva osservanza di un onere procedurale previsto ai fini dell'accertamento del credito in sede amministrativa e della contestuale formazione di un valido titolo esecutivo stragiudiziale predisposto direttamente dallo stesso Ente creditore.

La decadenza non assume tuttavia, a parere del Collegio, natura sostanziale, vale a dire non comporta la decadenza della facoltà di far valere in sede giudiziale il relativo diritto, non potendosi escludere che esso venga comunque dichiarato sussistente, nel merito, a definizione dello stesso giudizio di opposizione e che venga pronunciata, qualora domandata, condanna al relativo pagamento.

Tale conclusione si desume in base a molteplici argomentazioni, di seguito esplicitate, basate sia sull'interpretazione letterale delle norme, sia su considerazioni logico-sistematiche.

In primo luogo, infatti, l'espresso tenore testuale della disposizione normativa fa esplicito ed esclusivo riferimento alla decadenza dall'iscrizione del credito a ruolo (ossia dell'atto di accertamento idoneo a consentire all'Ente preposto la realizzazione, in modo diretto e senza la necessità di preventiva verifica giudiziale, della pretesa creditoria in executivis).

Non è invece prevista la decadenza sostanziale del diritto di credito presupposto, né conseguentemente, della facoltà per l'Ente che assuma di esserne titolare di farlo valere in sede giurisdizionale (art. 24 Cost.). La rubrica dell'art. 25 del D.Lgs. n. 46/1999 appare infatti significativa, sul piano dell'ermeneutica logico-testuale, recitando "Termini di decadenza per l'iscrizione a ruolo dei credito previdenziali", inducendo quindi l'interprete a ritenere che tale decadenza colpisca, per l'appunto, la sola facoltà di iscrizione a ruolo e non già anche il diritto di credito che ne costituisce oggetto ( in questo senso, con ampie e condivisibili argomentazioni, Trib. Livorno 19.1.2010).

Secondariamente, poiché la norma introduce una decadenza della parte onerata all'osservanza del termine ivi stabilito, la medesima deve considerarsi, alla stregua dei principi generali in materia, di stretta interpretazione, non potendo la sua portata applicativa essere estesa ad ipotesi e ad un ambito (in tesi quello "sostanziale", diverso da quello "procedurale" afferente alla formazione del titolo cui si riferisce, in modo esclusivo, la disposizione di cui al citato art. 25) nella stessa non esplicitamente e specificamente contemplati.

Nulla osta, in definitiva, che - analogamente a quanto si verifica nel caso di giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo munito di clausola di provvisoria esecutività - all'esito del giudizio di opposizione avverso la cartella esattoriale inerente "al merito della pretesa contributiva" (come previsto, per l'appunto, dall'art. 24, comma 5 del D.Lgs. n. 46/1999), e che si configura come "un vero e proprio processo di cognizione per l'accertamento della fondatezza della pretesa dell'ente" (cfr. Cass. n. 17978/2008) - il ruolo sia dichiarato incidenter tantum illegittimo per vizi suoi propri (in particolare concernenti la procedura destinata alla sua formazione) e che, nondimeno, a fronte della proposizione di espressa domanda dell'Istituto opposto, venga comunque dichiarata la sussistenza del credito, per l'importo giudizialmente determinato, con la conseguente pronuncia di condanna a carico dell'obbligato.

Ritiene il Collegio che dalla previsione, ancorché espressa, di un determinato procedimento, non si possa dedurre ulteriormente che sia vietato il ricorso ad un procedimento alternativo.

In altri termini la riscossione mediante ruoli delle entrate non implica, in ragione della sua stessa natura di strumento di esazione agevolata per l'Ente creditore, l'obbligo per il medesimo di avvalersene in via esclusiva, precludendo in tal modo la possibilità di far invece ricorso agli strumenti ordinari di recupero approntati dall'ordinamento, pena la violazione degli artt. 3 e 24 Cost..

In questo senso si è espressa la Cassazione, seppure in obiter dictum, affermando che: " Ancorché non sembra possa essere inibita, in particolare agli enti previdenziali, la possibilità di ottenere un titolo giudiziale, come il decreto ingiuntivo, per la riscossione dei crediti contributivi, è vero però che il D.Lgs. n. 46 del 1999 "comporta la regola della cd. generalizzazione della riscossione coattiva mediante ruolo di tutte le entrate pubbliche ivi specificate" (così si legge nei lavori preparatori ed in particolare nella relazione esplicativa del governo che accompagna il decreto di riforma) ed infatti l'art. 17 del D.Lgs. in commento dispone che "...si effettua mediante ruolo la riscossione coattiva delle entrate dello Stato, anche diverse da quelle delle imposte sui redditi e di quelle degli altri enti pubblici, anche previdenziali, esclusi quelli economici" (Cass. n. 781/2006).

Considerato il principio di scissione tra titolarità del credito previdenziale e titolarità dell'azione esecutiva (facente capo all'agente della riscossione), vera architrave del sistema, proprio dai suddetti lavori preparatori, richiamati, si ripete, nella citata sentenza della Cassazione, si rinvengono ulteriori convergenti e significativi argomenti di riscontro, sia logico-testuali che di natura sistematica, a sostegno della ricostruzione cui questo Collegio ritiene di aderire.

Quindi non appare precluso all'Ente previdenziale di promuovere, oltre che un ordinario giudizio di cognizione, il procedimento monitorio ai sensi degli artt. 633 e seguenti c.p.c., ove si consideri che l'abrogazione dei commi da 1 a 10 dell'art. 2 del D.L. n. 337/1989 (convertito in L. n. 389/1989), nonché del comma 9 dell'art. 35 della L. n. 689/1981 - disposta dall'art. 37 del D.Lgs. n. 46/1999 - ha fatto venir meno la possibilità per gli Enti previdenziali di ricorrere all'ordinanza ingiunzione ed all'ingiunzione fiscale, nonché di ottenere i decreti ingiuntivi (provvisoriamente esecutivi ex lege) previsti dall'art. 1, comma 13 del D.L. n. 688/1985 (espressamente richiamato dal precitato art 2), ma non già di utilizzare il procedimento monitorio comune, disciplinato del codice di rito. Al riguardo deve porsi in rilievo la mancata abrogazione dell'art. 635 comma 2 c.p.c. (pertanto tuttora vigente), che espressamente attribuisce efficacia di prova scritta, per l'ammissibilità della domanda di ingiunzione, agli accertamenti eseguiti dagli uffici ispettivi.

Alla stregua delle argomentazioni suesposte, non appare condivisibile l'orientamento giurisprudenziale richiamato da parte appellata ( Corte d'Appello di Catania 6.11.2010 n. 857) che valorizza il tenore testuale delle disposizioni di cui all'art. 13 comma 6 l. n. 448/1998 e dell'art. 17 del d.lgs. n. 46/1999.

Invero proprio dal tenore letterale delle citate norme si desume che non è sancita affatto l'obbligatorietà dell'iscrizione a ruolo per l'Inps, limitandosi le stesse a prevedere che l'Istituto "iscrive a ruolo" i crediti. È invece oltremodo significativo che prima della modifica operata dall'art. 1 comma 1° del d.l. n. 308/1999, convertito nella l.n.402/1999 la norma specificava testualmente che "l'Inps è obbligato ad iscrivere a ruolo" , mentre con la successiva formulazione è stato eliminato ogni riferimento all'obbligatorietà.

Va aggiunto che una diversa ricostruzione si porrebbe in contrasto con la stessa ratio legis, che è diretta a garantire agli Enti previdenziali uno strumento privilegiato ed accelleratorio e che invece potrebbe determinare un arretramento della posizione di tutela da sempre riservata dall'ordinamento agli Enti previdenziali per assicurare loro il soddisfacimento dei propri crediti.

Anche di recente la Cassazione ha ribadito il principio secondo cui "In tema di riscossione di contributi previdenziali, l'opposizione avverso la cartella esattoriale di pagamento emessa ai sensi dell'art. 2 del d.l. 9 ottobre 1989, n. 338, convertito, con modificazioni, nella legge 7 dicembre 1989, n. 389, dà luogo ad un giudizio ordinario di cognizione su diritti ed obblighi inerenti al rapporto previdenziale obbligatorio e, segnatamente, al rapporto contributivo, con la conseguenza che l'eventuale rigetto di censure di tipo formale relative all'iscrizione a ruolo non pregiudica l'accertamento di tale rapporto secondo le ordinarie regole relative alla ripartizione dell'onere della prova, alla stregua delle quali grava sull'ente previdenziale l'onere di provare i fatti costitutivi dell'obbligo contributivo e sulla controparte l'onere di contestare i fatti costitutivi del credito" (Cass. n. 23600/2009). Il principio di diritto di cui sopra, anche se affermato in relazione alle opposizioni a cartella di pagamento secondo la l.n. 389/1989, è senz'altro applicabile alle opposizioni di cui al d.lgs n. 46/1999.

A ciò si aggiunga che, pur se in relazione alla questione dell'inefficacia solo parziale della cartella, con sentenza recente la Cassazione ha espressamente affermato che la riscossione tramite iscrizione a ruolo riguarda la "possibilità" di formare un titolo stragiudiziale ( Cass. n. 27824/2009): "In materia di riscossione di contributi previdenziali, il giudice dell'opposizione alla cartella esattoriale, ove accerti la parziale insussistenza del credito, non è tenuto dichiarare integralmente inefficace la cartella opposta, dovendosi ritenere che non operino i limiti ai poteri del giudice ordinario di cui all'art. 4 della legge 30 marzo 1865, All. E, il cui ambito è limitato all'esercizio dei poteri autoritativi, in quanto il credito contributivo trova la sua fonte direttamente nella legge, mentre la previsione della riscossione mediante iscrizione a ruolo concerne soltanto la possibilità - concessa normativamente anche ai privati - di formare un titolo esecutivo stragiudiziale, sulla cui legittimità formale e sostanziale vi è pienezza di cognizione e potestà da parte del giudice ordinario".

Infine, contrariamente a quanto sostenuto da parte appellata, non può apportare argomenti in senso contrario all'indirizzo accolto da questa Corte il raffronto, nell'ambito della riscossione coattiva a mezzo ruolo, tra la struttura e la funzione del contenzioso in materia previdenziale e quelle che connotano il contenzioso tributario.

Infatti, di regola, la sequenza procedimentale della riscossione del credito tributario è caratterizzata dalla successione di atti (avviso di accertamento, avviso di mora, iscrizione a ruolo) che devono necessariamente essere impugnati dal contribuente entro termini perentori, non essendo poi più possibile la proposizione della opposizione al ruolo che investa l'inesistenza della obbligazione, in mancanza di tempestiva impugnazione degli atti presupposti che precedono la sua formazione.

Invece nelle opposizioni all'iscrizione a ruolo dei crediti contributivi, il ruolo non è preceduto da atti soggetti a consolidamento ed i termini per l'opposizione sono posti non solo per contestare i vizi propri del titolo esecutivo (nelle "forme ordinarie" di cui all'art. 29 del D.Lgs. n. 46/1999), ma anche la stessa esistenza del credito in punto di "merito" del rapporto contributivo (art. 24, commi 3 e 4 dello stesso D.Lgs.). Da ultimo neppure sembra ipotizzabile una sperequazione tra gli strumenti di tutela posti a disposizione delle parti in ragione della perentorietà del termine per proporre esecuzione. È noto che la Corte Costituzionale con ordinanza n. 111 del 2007 ha dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della norma, e ciò "in quanto, da un lato, non è irragionevole la scelta del legislatore di consentire ad un creditore, attesa la sua natura pubblicistica e l'affidabilità derivante dal procedimento che ne governa l'attività, di formare unilateralmente un titolo esecutivo, e, dall'altro lato, è rispettosa del diritto di difesa e dei principi del giusto processo la possibilità, concessa al preteso debitore, di promuovere, entro un termine perentorio ma adeguato, un giudizio ordinario di cognizione nel quale far efficacemente valere le proprie ragioni, sia grazie alla possibilità di ottenere la sospensione dell'efficacia esecutiva del titolo e/o dell'esecuzione, sia grazie alla ripartizione dell'onere della prova in base alla posizione sostanziale (e non già formale) assunta dalle parti nel giudizio di opposizione".

Inoltre al debitore è consentito di radicare un giudizio di accertamento negativo del credito anteriormente alla sua iscrizione a ruolo da parte dell'Istituto e la pendenza di detto giudizio ha effetto inibitorio integrale, impedendo all'Ente l'emissione del ruolo e l'esercizio del potere di formare, autonomamente ed al di fuori del processo già instaurato, il titolo anche esecutivo.

Sulla scorta di tutte le argomentazioni che precedono, è accolto il motivo d'appello concernente la violazione e falsa applicazione degli artt. 24 e 25 d. lgs.vo n. 46/1999 e, in parziale riforma della sentenza impugnata, è accertata l'intervenuta decadenza dall'iscrizione a ruolo, e dunque è annullata la cartella esattoriale impugnata, ma deve dichiararsi che la decadenza non ha natura sostanziale.

La causa è stata rimessa sul ruolo, stante la necessità di dar corso all'istruttoria, non espletata in primo grado; si è dunque disposto per l'ulteriore corso istruttorio con separata ordinanza.

La statuizione sulle spese di lite è riservata alla decisione definitiva.

 

P.Q.M.

La Corte, non definitivamente e parzialmente pronunciando sulla controversia in epigrafe indicata, disattesa ogni diversa istanza, eccezione e deduzione, così provvede:

Accoglie il motivo d'appello concernente la violazione e falsa applicazione degli artt. 24 e 25 d. lgs.vo n. 46/1999 e, in parziale riforma della sentenza impugnata, accerta l'intervenuta decadenza dall'iscrizione a ruolo, annullando la cartella esattoriale impugnata, e dichiara altresì che la decadenza non ha natura sostanziale;

Dispone per l'ulteriore corso istruttorio con separata ordinanza;

Spese al definitivo.

Venezia, 15.11.2011

 

Il Consigliere Est.

Dott.ssa Clotilde Parise

 

Il Presidente

Dott. Roberto Santoro

 

 

 

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Sabato 15 settembre 2018

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Sportello SOS Equitalia

Camillo Bernardini - Dalila Loiacono

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